Meditazioni

Quaderni della ginestra                                                                                                            n° 13, anno 2014/3

INCUBO (O VISIONE) DI FILOSOFIA

A lungo ho sostato di fronte a questo dipinto, percependone la vicinanza, quasi l’intimità. Non saprei che cosa questo tardo-surrealista belga abbia realmente voluto esprimere o sfogare con esso. Forse niente, lasciandomi così ampio margine ermeneutico: magari, come suggerisce il mare sullo sfondo, si tratta solo della trasposizione onirico-metafisica di una breve sosta turistica tra le bizzarre colonne della moschea di Hassan. Quasi certamente non è così, ma ovviamente mi sono ben cautelato evitando di leggere qualsiasi pagina di critica a riguardo.

di FEDRO ANDIONTIN

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TRA SILENZIO E STUPORE: L’ESPERIENZA FILOSOFICA IN WITTGENSTEIN E FLORENSKIJ

Ipotizzare o proporre un confronto  tra il pensiero, le posizioni speculative di Wittgenstein e di Florenskij alla ricerca di convergenze, affinità o posizioni comuni sembra, a prima vista, un’operazione poco plausibile,  forse incompatibile con i canoni di una letteratura rigorosa. L’evidenza sembra, nell’immediato,  suggerire il contrario, prospettare un’incolmabile distanza e mettere  in luce le differenze di orizzonti, di contenuti e di stile degli autori in questione. Sono diversi, prima di tutto, il clima e i territori del pensiero che i due autori esplorano all’inizio della loro ricerca:  per Wittgenstein decide il  confronto con Frege e Russel, con le correlative ricerche sui fondamenti logici della matematica,   per   Florenskij   l’interesse scientifico curva, da subito, in una prospettiva multidisciplinare in cui trovano spazio la letteratura, le scienze dello spirito  e la teologia.

di LIVIO RABBONI

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Quaderni della ginestra                                                                                                            n° 11, anno 2014/1

INDIVIDUO E SOCIETÀ NELLA FILOSOFIA DI KARL MARX

Come sostiene nel testo, secondo Marx l’appartenenza al genere corrisponde al concepire sé stesso come un essere universale. Inizialmente il filosofo sostiene un ritorno all’uomo in quanto Naturwesen, ma se egli si fosse fermato a questo momento avrebbe concepito l’uomo nella sua immediatezza, come pura natura, nella sua unilateralità, e l’uomo, si sarebbe compreso esclusivamente come individuo isolato. Come possiamo evincere dalle parole sopra citate, Marx in effetti fa un passo ulteriore: egli sostiene che l’uomo è anche un essere di genere, Gattungswesen, e riconosce l’universalità a cui appartiene, senza però staccare lo sguardo dalla particolarità, dall’individuo.

di MARCO ANZALONE

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TRANSUMANESIMO: UNA NUOVA SFIDA PER L’UOMO

Le parole di Max More, fondatore dell’ Extropy Institute e importante esponente del movimento transumanista, suscitano ad ogni lettura (e, presumo, ad ogni lettore) sentimenti contrastanti, un misto di curiosità, stupore, e, a tratti, inquietudine. I principi estropici che egli descrive si focalizzano, in particolar modo, su elementi quali un’alta aspettativa di vita, l’utilizzo di nanotecnologie, una visione ottimistica del futuro e delle capacità umane. In particolare, l’ Extropy Institute, che More rappresenta, è un centro fondamentale per la filosofia transumanista, poiché fu il primo a organizzare, negli anni Novanta, una serie di conferenze che contribuirono all’affermazione del movimento.Venire a conoscenza del Transumanesimo, e della sua ormai globale notorietà, ha scatenato in me perplessità estreme, e interminabili meditazioni.

di VALERIA BIZZARI

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Quaderni della ginestra                                                                                                            n° 10, anno 2013/3

ORIZZONTI DEL DESIDERIO. AGOSTINO E SPINOZA

La parola desiderio, insieme al concetto che rappresenta, è una delle più controverse e suggestive del nostro linguaggio comune: una fitta talora inestricabile rete di sfumature sembra avvolgerne il significato. La costitutiva pluralità di senso che circonda il tema del desiderio sembra peraltro dovuta ad una struttura concettuale in cui interviene una complessa trama di implicazioni e correlazioni: ogni immagine speculativa del desiderio comprende, nella teoria dell’aspetto affettivo, una necessaria riflessione sul soggetto umano, sul suo rapporto con altri e sul suo senso nel mondo. In altri termini pensare il desiderio significa proporre un’elaborazione teoretica  caratterizzata in senso antropologico, ontologico e, talvolta, teologico.

di LIVIO RABBONI

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IN DIFESA DI UN «NEOKANTISMO» ONTOLOGICO

La meditazione che segue ha l’obiettivo di mostrare come, contrariamente a quanto sostiene E.J. Lowe, la tesi secondo cui non si possa conoscere (nulla circa) la realtà in sé, ma al massimo i pensieri che ne facciamo, non sia di fatto incoerente e autoconfutativa. Con ciò non intendo prendere posizione a favore di tale tesi, ma solo sostenerne la legittimità.Prima di iniziare occorre innanzitutto fare una premessa terminologica, ossia che, seguendo la riflessione di Lowe, con ‘neokantiano’ intendo esclusivamente il sostenitore delle tesi: «non si può conoscere nulla circa la realtà ‘in sé’» e «l’ontologia è la scienza dei nostri pensieri sull’essere, piuttosto che la scienza dell’essere come tale».

di TIMOTHY TAMBASSI

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Quaderni della ginestra                                                                                                              n° 9, anno 2013/2
SENZA ALCUN PERCHÉ. UNA RIFLESSIONE CIRCOLARE SUL CONCETTO DI COERENZA

Coerente o non coerente che sia, la meditazione (o provocazione, a voi la scelta) che segue non porta ad alcuna conclusione, se non a carattere puramente personale: continuo a non capire perché un ragionamento coerente sia preferibile a un ragionamento incoerente. Certo, mi si potrà dire, alcuni ragionamenti coerenti, soprattutto in logica (e nelle sue applicazioni), hanno portato a risultati. Non lo nego. Ma lo stesso può dirsi dei ragionamenti incoerenti oppure delle fallacie che proliferano nel dibattito pubblico: non c’è nulla, di principio, che escluda il fatto che tali ragionamenti possano portare a risultati. Inoltre, anche se questi ultimi non portassero a risultati, ci si potrebbe sempre chiedere perché sia preferibile avere risultati piuttosto che non averne, e così via allungando all’infinito la lista dei nostri perché. Forse sbaglio, ma qui fatico a vedere soluzioni.

di TIMOTHY TAMBASSI

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Quaderni della ginestra                                                                                                              n° 7, anno 2012/3

LA PRESENZA DELL’ASSENZA. FORSE.

Questa meditazione nasce da un testo di Foucault: dal riso amaro che la sua lettura provoca scombussolando tutte le familiarità della filosofia…Quando ci si imbatte in Borges la tentazione di perdersi in molteplici rimandi testuali e labirintiche auto-citazioni è davvero forte: piacevole sarebbe cimentarsi in giochi di scatole cinesi, analoghi a quelli con cui Calvino ci diletta in Se una notte d’inverno un viaggiatore, o in infiniti “rimbalzi” tra spettacolo e spettatore, quali lo stesso Foucault riconosce nel Velasquez di Las Meninas. Ma qui il testo “da meditare” è di Foucault e io potrei al massimo compiacermi dell’idea di concepire una caotica meta-meditazione sui “fantasmi filosofici” che esso evoca.

di ANTONIO FREDDI

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IL TEMPO E LA PIENEZZA DELLA GIOIA: UN CONFRONTO NIETZSCHE-DOSTOEVSKIJ


La domanda sulla felicità è, fra i temi indagati dalla riflessione filosofica, una delle questioni più ricorrenti e determinanti. Non credo possa essere diversamente: l’esperienza della felicità, di uno stato originario e positivo della mente e del sentire è del resto un’ esperienza universale che, anche quando sfugge a tutti i tentativi di definizione linguistica, è sempre presente ai nostri desideri, ne informa i contenuti e ne rappresenta l’ esito.Per quanto scarna, insufficiente e pretenziosa possa essere la nostra capacità di elaborare un sapere compiuto intorno alla felicità, e per quanto siano diversi i beni e gli oggetti in cui crediamo di trovarla – Adorno, del resto, diceva che non si ha la felicità, ma ne si è immersi e circondati- la storia del pensiero è ricca di immagini della felicità costruite a partire da alcuni elementi costanti: il suo carattere transitorio, la sua capacità – almeno nella sua forma piena ed espansiva, la gioia- di sospendere il fluire del tempo e la sua relazione con il sentimento opposto, il dolore.

di LIVIO RABBONI

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Quaderni della ginestra                                                                                                              n° 6, anno 2012/2

LA FILOSOFIA: UNA TERAPIA PER L’ANIMA

I filosofi antichi erano convinti che la filosofia insegnasse a vivere bene e curasse le malattie dell’anima, esattamente come la medicina cura quelle del corpo. Gli Epicurei, in particolare, sostenendo che le passioni non fossero altro che credenze false e devianti, capaci solo di condurre l’uomo lontano dallo stato di imperturbabilità del saggio, ritenevano che la filosofia, tramite adeguate argomentazioni, fosse in grado di estirpare simili false credenze e, di conseguenza, anche le sofferenze che da queste derivavano. Il fine ultimo dell’etica era quindi individuato nella salute mentale delle persone, il cui problema principale era costituito dalle loro stesse convinzioni. Per raggiungere tale obiettivo, la filosofia doveva tener conto non solo del contesto generale, ovvero della società in cui il soggetto preso in considerazione era nato e cresciuto, e dalla quale probabilmente aveva tratto la maggior parte dei suoi costumi mentali, ma anche del contesto particolare. La cura filosofica, secondo il punto di vista epicureo, si configurava infatti non come mera applicazione di principi e norme universali, ma come un’oculata indagine, in grado di sottolineare l’essenziale unicità dell’individuo e di esaltarne e rispettarne le peculiarità.

di VALERIA BIZZARI

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TEMPO, ESISTENZA E SENSO

Uno dei temi maggiormente dibattuti della storia della filosofia è quello del tempo. Si può affermare che la questione del tempo è diventata classica proprio perché irrisolvibile. “Che cos’è il tempo?” questa è la domanda che da sempre i filosofi si sono posti. Mi sono sempre chiesto se, per affrontare questo discorso, non sia necessario uscire dalla filosofia, o perlomeno uscire da un certo tipo di filosofia iperspecialistica e, di conseguenza, rivolgere lo sguardo verso quelle materie “antropologiche”, quali la letteratura, la poesia, la psicologia, la religione, ecc., nel tentativo di aprire le finestre della stanza chiusa della filosofia e fare entrare così una ventata di aria fresca. Sì, “i maestri delle scuole sottili sono controversi, enciclopedici”, come diceva già Thomas Stearn Eliot. Perché allora non prendere spunto da altre discipline, senza tralasciare per questo il pensiero razionale che contraddistingue la filosofia? In primo luogo, la questione del tempo è eminentemente esistenziale. Bisogna, di conseguenza, spostare l’attenzione dalla domanda “che cos’è il tempo?” a quella forse più banale, ma non per questo meno interessante “che cos’è il tempo per l’uomo?” e da quest’ultima richiesta arrivare poi a rispondere anche alla prima.

di MARTINO PESENTI GRITTI

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Quaderni della ginestra                                                                                                              n° 5, anno 2012/1

FRIEDRICH SCHLEIERMACHER: IL COMPITO DI ESSERE IMMORTALI

Queste riflessioni si situano all’interno di un testo scritto nel 1799 da un pastore luterano che intende difendere la religione dagli attacchi di quegli uomini colti che nel periodo illuministico avevano opposto ad essa una prospettiva interamente mondana. Per questo suo intento essa rientra in un genere che vanta una lunga tradizione: l’apologetica. Il primo di questi Discorsi è intitolato appunto «Apologia». La difesa viene intrapresa però da un fronte molto avanzato, quello di una teologia «liberale» di cui Schleiermacher è forse l’esponente più rap­pre­­sen­tativo. Cioè egli non difende, come spesso gli apologeti hanno fatto, una versione tradizionale della fede contro qualche empia innovazione che possa minacciarla, ma propone un’immagine della religione che agli occhi della generalità dei credenti può apparire, ed è effettivamente apparsa, a sua volta empia, in quanto sembra compromettere la trascendenza del divi­no.

di FERRUCCIO ANDOLFI

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IL DIRITTO ALLA MALINCONIA

Le parole di Silvia Vegetti Finzi tratteggiano in maniera chiara un nodo cruciale dei nostri tempi: la riduzione della felicità a possesso di beni materiali. La felicità, infatti, è sempre più spesso associata all’acquisto di merci: agli oggetti, alle cose, al loro utilizzo si rivolgono i nostri desideri, i nostri sforzi, il nostro tempo. E questa ricerca tutta ‘esteriore’ richiede il continuo affannarsi di personalità desiderose di affermare energicamente se stesse. All’infelice, dunque, viene imputata l’accusa di inadempienza al modello predefinito di benessere; l’infelicità, etichettata come frutto di un insufficiente impegno, diventa una colpa. Eppure…Personalmente ritengo che non si debba pensare all’infelicità come a una dimensione totalmente negativa, dalla quale fuggire a tutti i costi.

di LAVINIA PESCI

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Quaderni della ginestra                                                                                                             n° 4, anno 2011/3

SOCRATE: L’UMANITA’ COME PROFESSIONE

Racconta Platone che Socrate, dall’oracolo indicato come il più sapiente fra gli uomini, conscio della propria ignoranza e fedele alla sua abitudine di non prendere per buona nessuna ‘verità’ di cui non fosse convinto, volle di-mostrare che l’oracolo si sbagliava (o, meglio, volle capire che cosa propriamente significassero le parole della Pitia). Decise dunque di recarsi «da qualcuno di quelli ritenuti sapienti, per confutare l’oracolo e dimostrargli proprio lì ‘Questo è più sapiente di me, mentre tu dicevi che il più sapiente ero io’» (Apologia, 21c–d); o, altrimenti, per capire che cosa volesse dire la Pitia affermando che nessuno era più sapiente di lui.

di ALBERTO SICLARI

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E’ POSSIBILE IL PROGRESSO IN FILOSOFIA?

Nel testo in esame Jonathan Lowe, ontologo analitico con-temporaneo, si pone un duplice obiettivo: evidenziare le ragioni di chi pensa che non si possano fare progressi in filosofia e, per contro, mostrare come il progresso in filosofia sia in linea di principio possibile. Il primo obiettivo è assolto da Lowe individuando tre critiche alla possibilità di progresso in filosofia. La prima critica è basata sulla assunzione che solo le scienze empiriche siano possibili di progresso, e vede dunque l’assenza di progresso in filosofia come diretta con-seguenza del suo carattere non empirico. La seconda considera la fi-losofia come la disciplina che ha l’obiettivo di criticare le varie ipotesi e idee derivate dalle diverse discipline scientifiche, e individua l’assenza di progresso in essa tanto nel suo non proporre tesi positive, quanto nel fatto che i filosofi non hanno le competenze per fungere da critici mul-tidisciplinari.

di TIMOTHY TAMBASSI

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Quaderni della ginestra                                                                                                              n° 3, anno 2011/2

“DIONISO CONTRO IL CROCIFISSO”. NIETZSCHE NELLA TEORIA DI RENÉ GIRARD

Nietzsche ci mostra in questo frammento quale sia, a suo avviso, la differenza tra il senso dato alla sofferenza da Dioniso e dal Crocifisso. René Girard ha avuto modo, nei suoi vari scritti, di tornare su questo frammento e di trovare riscontri con l’interpretazione della genesi del sacro che la sua teoria mimetica ci propone. La teoria girardiana, infatti, riprende molto dal pensiero di Nietzsche e ne diventa, per dirla con Girard, il “negativo fotografico”. La grande scoperta di Girard sta nel nuovo modo di considerare il desiderio. La teoria mimetica afferma che l’uomo non è in grado di desiderare autonomamente ma ha sempre bisogno di un terzo, un modello, che gli suggerisca cosa desiderare, magari desiderandolo lui stesso.

di MARTINO PESENTI GRITTI

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NIETZSCHE E L’AUTODETERMINAZIONE DELLO SPIRITO

Questo celebre brano dello Zarathustra è in grado di affascinare il lettore non solo per il contenuto che l’autore esprime, ma anche per il modo in cui lo esprime, che risulta essere poetico e magico come in una favola. Molto interessante e sempre attuale è il senso del testo, che descrive l’evoluzione dello spirito da una dimensione di dipendenza e sofferenza voluta, a una situazione di emancipazione e autonomia. Lo spirito, infatti, non solo si è permesso di sfidare la morale tradizionale e precostituita, ma è stato anche capace di uscire vittorioso da questo scontro, giungendo alla possibilità di creare valori propri e autentici.

di ANNA PAGLIARINI

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Quaderni della ginestra                                                                                                              n° 2, anno 2011/1

L’ALTRO E L’IO

Nel brano riportato, Heidegger ci propone una filosofia che, pur avendo come punto di partenza il soggetto, non cade nell’egoismo individualistico o nell’egocentrismo, ma offre la possibilità di ripensare sotto una nuova luce il rapporto Io-Tu. La chiave di volta che regge tutto il discorso heideggeriano è una nuova idea di soggetto. Propriamente, Heidegger non parla, a proposito dell’uomo, di soggetto, bensì di Esserci (Dasein) e questo cambiamento terminologico non è privo di implicazioni.

di ELISA BERTOLINI

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L’AMORE COME VIA D’ACCESSO ALL’ESSERE

I sentimenti intersoggettivi sono da sempre materia caotica e oscura per l’uomo, che spesso, lungi dall’attribuire loro una rilevanza etica o cognitiva, li ha considerati piuttosto alla stregua di mere passioni, nettamente contrapposte alla sfera razionale e, quindi, da controllare e reprimere. Solo ultimamente si è assistito a una rivalutazione della vita emotiva, soprattutto per ciò che riguarda la sua valenza cognitiva. Pioniere di questo processo di riabilitazione è sicuramente stato Max Scheler, che nella sua opera Essenza e forme della simpatia, risalente al 1913, descrive la logica insita nella vita emozionale, che per lui non deve essere considerata semplicemente a-razionale, ma irrazionale, ovvero dotata di una forma di razionalità differente da quella canonica.

di VALERIA BIZZARI

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Quaderni della ginestra                                                                                                              n° 1, anno 2010/1

EPICURO SALUTA MENECEO

Il maestro saluta l’allievo, i due nomi all’inizio, a sigillare l’intesa. Io amo questo incipit; esso rimanda a un’idea di Filosofia intesa non solo come lezione alla cattedra, ma piuttosto come pratica di vita. Non orari di inizio e fine di una dotta relazione, ma un insegnamento che vuole dar forma alla vita, e si fa guida e consiglio. Un’esortazione all’esercizio costante della filosofia – «esèrcitati notte e giorno nella meditazione di questi precetti», così si conclude la lettera –, nelle svariate situazioni che si presentano ogni giorno. Una vita condotta filosoficamente, cioè secondo il corretto uso della ragione: solo così si può raggiungere la «salute dell’anima» cui tutti, secondo Epicuro, sono chiamati. [...]

di LAVINIA PESCI

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KANT E L’ERRORE EUDAIMONISTICO

Il testo preso in esame è tratto dall’opera di Kant edita nell’aprile del 1785: la Fondazione della metafisica dei costumi. Questo scritto assolse il compito di esporre i principi della filosofia morale kantiana, o meglio, il «fondamento supremo della moralità». Kant nella sua riflessione morale, cerca di allontanare dalla sfera della moralità tutto ciò che è in relazione con la sensibilità e con l’empirico. Tra i suoi obiettivi c’è quello di purificare la coscienza individuale da quella duplicità normativa derivante dal fatto che sia l’uomo razionale che quello empirico costituiscono norme con fini opposti. [...]

di MARCO ANZALONE

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